La gloria e l’orgoglio

di Andrea Ciprandi da http://andreaciprandi.wordpress.com

Nell’imminenza dell’esordio della nuova stagione di Premier League, Alex Ferguson ha scritto una lettera aperta in cui sottolinea i passi che questa lega ha fatto da quando lui vi esordì, nel lontano 1986. L’eredità lasciata dall’allenatore britannico più vincente della storia, ritiratosi appena tre mesi fa, oggi va quindi oltre quel che ha ottenuto e trova il proprio suggello nella sua analisi.
Nell’epoca calcistica che più sembra essere segnata dai capitali, va sottolineato come fra i tanti argomenti affrontati lo scozzese abbia scelto quello delle giovanili per chiudere il suo messaggio. Lo spunto è stata la vittoria dell’ultima Premier League Under-21 ottenuta dal Manchester United avendo in forza 8 giocatori nati a non più di 30 chilometri dall’Old Trafford. “Non proprio come i Leoni di Lisbona”, ha riconosciuto l’ex manager dei Red Devils, ma comunque un grande successo, testimone di un’impronta che anche oggigiorno a suo dire dovrebbe essere irrinunciabile.
Leoni di Lisbona è il soprannome dato ai giocatori del Celtic che nel 1967, primo fra tutti i club britannici, vinse la Coppa dei Campioni. In finale, nella capitale portoghese, batterono l’Inter di Helenio Herrera ancora fresco dei due trionfi continentali e intercontinentali del ’64 e ’65. In rosa, in quel Celtic, c’erano 15 calciatori e di questi soltanto uno non era di Glasgow o dintorni. Considerata in questi termini, quindi, l’impresa dei Bhoys fu davvero eccezionale, se non addirittura la più notevole in tutta la storia del calcio.

Certo, ogni vittoria vale in quanto tale. E’ indubbio però che quelle ottenute con certi presupposti, quali per l’appunto l’apporto dei propri giovani e in alcuni casi addirittura quelli nati nella stessa città del club, hanno un gusto e un fascino particolari, al punto da far sognare. E per questo meritano, forse, più considerazione di qualsiasi altra.
Nel corso della storia, e soprattutto per via dell’odierna globalizzazione, le cose sono decisamente cambiate e sono sempre meno i club che puntano tutto o quasi sulle proprie risorse credendoci al punto da trasformare tanti ex ‘pulcini’ nei pilastri della prima squadra. Ce ne sono però alcuni, oltretutto grandissimi e vincenti, che non hanno ceduto totalmente alla nuova tendenza che fa rima con apertura massiccia e proporzionalmente preponderante ai mercati di tutto il mondo. Il Barcellona, il Bayern, l’Ajax, lo stesso Manchester United e, su un gradino più basso stando alle vittorie ma non certo per nobiltà, l’Athletic Bilbao, rimangono esempi sublimi dell’esaltazione sistematica, non solo incidentale, delle risorse di casa, a prescindere dalla disponibilità economica.

Curioso che si siano trovati il Barcellona e l’allenatore argentino Gerardo Martino. Da una parte c’è il club catalano, che appena un anno e mezzo fa, nella finale del Mondiale per Club contro il Santos, ancora agli ordini di Guardiola, aveva schierato nella formazione di partenza nove ex ragazzi della Masia, il suo poderoso vivaio – dopo che negli anni precedenti i giocatori provenienti dalle giovanili erano sempre stati almeno due terzi dei titolari. Dall’altra c’è un tecnico che quando ancora giocava, col suo amato Newell’s, aveva partecipato a due finali di Libertadores facendo parte ogni volta di una rosa a nettissima impronta ‘self-made': nel 1992 i ragazzi provenienti dalle giovanili erano stati 22 su 25, ma la volta precedente, nel 1988, addirittura tutti vale a dire 18 su 18. Tornando all’attualità, quel che si ritrova fra le mani il ‘Tata’ oggi è una squadra comunque sempre improntata sull’identità: per quanto Iniesta ma soprattutto Puyol, Xavi e Victor Valdés stiano invecchiando, Piqué, Fabregas, Busquets, Pedro e anche Messi (casualità, anch’egli come il suo nuovo allenatore ha mosso i primi passi nel Newell’s) sono nel pieno degli anni e c’è poi un nuovo, folto gruppo di poco più che ventenni su cui spiccano Bartra e Tello che hanno davanti a sé ancora tutto il futuro. Nel complesso, a inizio stagione, di ex ‘canterani’ la prima squadra del Barcellona 2013-14 ne ha 13 (su 23, di cui però 10 potenziali titolari).
Nel frattempo il più illustre predecessore di Martino dell’era moderna, Guardiola, è andato al Bayern. E qui ha trovato parecchi stranieri. I bavaresi sono comunque noti per continuare a organizzare, ogni estate, un Talent Day riservato ai soli ragazzi della zona attorno a Monaco col preciso intento di preservare il proprio DNA. Ed è proprio da queste selezioni che sono arrivati, nel corso degli anni, fra i tanti, Lahm, Schweinsteiger e Müller vale a dire la spina dorsale della squadra di oggi.

Inevitabile, quindi, parlare dell’Ajax. Gli olandesi, tradizionalmente propensi ad affidarsi ai propri giovani facendoli crescere secondo gli stessi schemi tattici dei professionisti, hanno vinto le loro due ultime coppe europee schierando da titolari 5 ex del vivaio nella doppia finale di UEFA del ’92 contro il Torino e poi 6 (7 col ‘match winner’ Kluivert, allora 19enne, subentrato dalla panchina) nella finale di Champions del ’95 contro il Milan. Da notare che nel ritorno della citata finale UEFA anche il Torino, altra società da sempre capace di valorizzare le proprie risorse umane, fece ampio sfoggio dei suoi prodotti: fra titolari e sostituti, ad Amsterdam ne portò sette.

Più o meno come Bayern e Ajax si comporta da sempre il Manchester United. Negli ultimi vent’anni, ogni stagione o quasi ha fatto notizia per l’acquisto di uno o due calciatori dal costo esorbitante, un po’ come il Barcellona del resto; non per questo però si deve perdere di vista la sua politica, che da sempre prevede il lancio di molti giovani cresciuti nella cosiddetta Academy. Non è un caso che nel ’99, proprio con Alex Ferguson in panchina, vinse Champions League, campionato e Coppa d’Inghilterra grazie innanzitutto a sette prodotti del vivaio: Beckham, i due fratelli Neville, Scholes, Giggs, Butt e Brown. La mente, in quell’occasione, andò automaticamente al ciclo tristemente chiusosi in occasione della tragedia aerea di Monaco, nel ’58, quando persero la vita molti fra i ragazzi che al massimo 22enni avevano conquistato due campionati di seguito ed erano in corsa per vincere anche la Coppa dei Campioni. Erano i Busby Babes. Dopo di loro, la ricostruzione affidata allo stesso Sir Matt Busby, sopravvissuto, avvenne sempre basandosi sulle risorse di casa al punto che il tecnico, scozzese anch’egli, si piegò solo in pochissimi casi a inserimenti esterni dettati dall’urgenza di rinforzare una rosa fortemente e improvvisamente compromessa – e seguendo questa politica riuscì finalmente ad alzare la Coppa dei Campioni del ’68.

Fra i vincitori di competizioni importanti che possono vantarsi di aver avuto successo grazie ai propri ragazzi, anche il Flamengo che nel 1981 sollevò la Libertadores facendo giocare otto di essi.
Non ha mai vinto fuori dai confini nazionali, invece, l’Athletic Bilbao, ma la sua citazione è d’obbligo. I biancorossi hanno comunque collezionato, infatti, tantissimi successi: 23 Coppe del Re e 8 campionati, risultando rispettivamente secondi e quarti nella graduatoria delle squadre più vincenti in queste due competizioni. Con Barcellona e Real Madrid, inoltre, sono i soli a non essere mai retrocessi e anche per questo occupano il quarto posto nella classifica di Prima Divisione spagnola tutti i tempi. Tanti successi, però, valgono ancor di più considerando che il club si affida esclusivamente a giocatori baschi o comunque cresciuti nelle giovanili di club compresi nel territorio basco come definito nel suo statuto.
Ancora, vincere vale sempre, a prescindere. Ma farlo col proprio marchio di fabbrica è meglio. E se anche non si vince, cosa che ogni anno capita al 99,9% delle squadre che ci sono al mondo, potersi vantare di salvaguardare una certa tradizione è ugualmente meritorio. In fondo, lo sport dovrebbe essere innanzitutto questo e poco altro.

 

 

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