GLR Story

Prologo
Scrivere di se stessi è difficile, ma in un sito personale qualcosa di autobiografico deve pur esserci. Mi piace quello che faccio: più di 20 anni sugli schermi di Telelombardia (d’ora in poi TL) – l’emittente regionale più seguita in Italia, secondo l’Auditel – pare mi abbiano fruttato una certa micropopolarità e addirittura un sito personale.
In realtà gianlucarossi.it è nato come archivio per i miei viaggi intorno al mondo, la mia prima passione, affinché invecchiando e di conseguenza rincoglionendo, processo fisiologico già in atto, potessi con un semplice ‘clic’ ricordarmi scene di vita vissuta. Il calcio, l’Inter, il giornalismo sono venuti dopo, a grande richiesta. Qui ci trovate un po’ di tutto, dal mio mestiere al mio tempo libero. Io mi fermerei qui ma il web-master di turno mi ha imposto un’autobiografia un po’ più corposa. Ho obbedito scrivendo più o meno di getto tutto quello che mi è saltato in mente, ma temo che saranno in pochi a leggerla fino in fondo. Di norma la mia soglia di attenzione nel leggere queste cose non supera le venti righe. Buona fortuna!

L’Infanzia
Gian Luca Massimiliano Rossi è nato a Milano sabato 17 settembre 1966 alle ore 13.35. Gian Luca all’anagrafe è staccato! Lo scrivono sempre tutt’attaccato ma, con un cognome così ordinario, almeno mi hanno dato un nome all’epoca leggermente originale! Segno zodiacale Vergine, ascendente Sagittario, mi hanno detto. Non ho mai letto un oroscopo né ho mai creduto a certe cose. Fosse per me, maghi, cartomanti e veggenti vari dovrebbero cambiare mestiere, ma c’è sempre qualcuno che, beato lui, trova il tempo di seguire queste amenità. Per la maggioranza dei ciarlatani, il Vergine è un tipo ordinato: provate a chiederlo a chi ha passato un po’ di tempo con me! In ufficio stanno ancora bestemmiando per la metà delle cassette che ho lasciato chissà dove negli ultimi vent’anni, per non parlare di casa mia! Ho smarrito di tutto nella mia vita: soldi, documenti, cose affidatemi da altri con mille raccomandazioni. Sono distratto! Un esempio per tutti? La tessera stampa internazionale lasciata qualche anno fa alla reception del Taronga Zoo di Sydney in Australia. Mi è ritornata a casa dopo tre mesi.
Sulla mia infanzia, comunque non c’è poi molto da dire: è stata spensierata, con licenza elementare in cinque anni. Lo scrivo perché nella mia vita ho anche conosciuto gente che l’ha presa in sei!
Chi mi conosce dalla nascita mi ha sempre descritto come un tipetto troppo vivace. Figlio di genitori separati, sono cresciuto nei mitici anni ’70, che mi mancano da morire, più viziato e protetto del lecito. A scuola e ancor oggi sul lavoro, il mio vero tallone d’Achille resta la condotta. Sono casinista per indole e negli anni scolastici ho bellamente superato il traguardo delle 200 note di demerito: le ultime poco tempo prima della maggior età, sempre firmate da mamma o papà!

L’Adolescenza
Anche le scuole medie le ho terminate in tre anni, nel tempo indicato, insomma. Anche qui conosco gente che ce ne ha messi quattro. Ho frequentato il leggendario Convitto Nazionale Longone, dove studiò il grande Alessandro Manzoni, con giudizi scarsi sia in condotta che profitto. All’esamino di terza media, ho raggiunto il minimo sindacale per evitare la bocciatura: ‘Sufficiente’ il giudizio, l’unico della classe, tra tanti ‘Buono’, ‘Distinto’ e ‘Ottimo’. Qui sotto ho scannerizzato un paio delle mie pagelle delle Medie, con giudizi alquanto lusinghieri! Ancora oggi mi chiedo perché non mi abbiano mai bocciato, visto che ero veramente un disastro!
Nel giugno 1980, terminate le scuole dell’obbligo, ho scelto contro il parere di tutti, la scuola più prestigiosa, quella di chi studia sul serio, il Liceo Classico: un po’ come se il Como si iscrivesse alla Champions League! All’epoca sulla mia voglia di studiare aleggiava un comprensibile clima di sfiducia. Ho sempre sofferto come un cane in matematica, ma sono sempre stato un asso in storia e geografia. Mi sono iscritto al Liceo Classico, valutando che le ore di matematica nel programma settimanale erano solo due.
Però, siccome sono anche testardo, al Liceo mi sono impegnato parecchio e ho svoltato, almeno nel profitto. La condotta invece è rimasta quella di sempre. Così, al Liceo Manzoni di Milano, a parte i primi due anni di ginnasio da incubo, me la sono cavata benino, chiudendo i conti nei cinque anni previsti, non solo senza bocciature, ma senza neppure un esame a settembre. Un trionfo, insomma!
Se ripenso a quei tempi però, mi vengono i nervi, perché per lo studio ho dovuto abbandonare qualsiasi attività sportiva, dal tennis al calcio. Una rinuncia inevitabile, perché in quinta ginnasio non avevo ancora capito che non potevo fregarmene come alle medie e per rimettermi in linea di galleggiamento, visto che ero pure capitato in una classe di secchioni, ho dovuto sottopormi a tre mesi di lavori forzati, con ripetizioni extra in matematica, greco, latino e inglese. Sarebbe bastata un po’ di organizzazione, ma sono sempre stato un gran perditempo con una naturale propensione al cazzeggio, malgrado lo spiccato senso del dovere. Così, fino a Carnevale regolarmente oziavo, per poi rimontare alla disperata negli ultimi tre mesi: una vita di merda! D’altronde, la gestione di tempi e orari non è mai stata il mio forte! Oggi come allora: chi ha un appuntamento con me sa che io parto proprio a quell’ora, così ora si sono messi tutti d’accordo nel dirmi un orario antecedente di una mezz’ora, ma io riesco ugualmente ad arrivare al pelo. Un esempio a caso? Il progetto di questo sito era pronto dal giugno 2001, ma per la mia pigrizia è arrivato in rete solo nell’aprile 2004. Di buono c’è che se comincio una cosa, vivo regolarmente nell’ossessione di lasciarla a metà, e allora presto o tardi la concludo. E’ stato così anche all’Università, quando già lavoravo da un decennio e da tre anni ero fermo a pochi esami dalla laurea. Alla fine, l’ho presa, seppur alla veneranda età di 33 anni, studiando la notte, dopo le trasmissioni quotidiane. Orgoglioso? Molto di più!
Orgoglioso anche di aver fatto il Classico, la scuola che apre la mente come nessun’altra. Chi ha fatto parte del ‘gruppo’ sa cosa intendo. Il Classico insegna un metodo di studio e resta una chiave straordinaria per aprire qualunque porta. Il suo buco nero resta nelle lingue straniere. Infatti, se da una parte consecutio temporum e congiuntivo non hanno più segreti, dall’altra le lingue moderne si studiano poco e male. Ho rimediato più tardi, imparando privatamente un po’ di tedesco per passione, lo spagnolo in vacanza e soprattutto l’inglese, che studio ancora oggi, perché senza non sei nessuno. Da anni appena posso vado negli USA: lì, come in Australia e in Inghilterra, mi sono creato un giro di amici stranieri coi quali parlo solo in inglese. Il metodo migliore per imparare una lingua. Adoro comunque la lingua italiana: in particolare il suo congiuntivo, sempre così bistrattato, che meriterebbe un movimento per la sua tutela, una roba tipo LDC – Lega per la difesa del congiuntivo, con lo slogan: “congiuntivo, non malattia degli occhi!” Quando sento un congiuntivo distorto e offeso, mi viene da piangere. A volte ho pianto davvero!

L’(Im)maturità
Nel giugno ‘85 maturato con 47/60, mi sono iscritto a Giurisprudenza all’Università Statale. Di lì a poco però, l’ingresso nel mondo del lavoro, con gli orari del mondo giornalistico e televisivo in particolare, ha complicato i miei piani. Alla fine, mi sono laureato solo nel marzo 1999, rileggendo la tesi su ‘Incidenti nello sport nel diritto romano e moderno’ all’Old Trafford di Manchester prima di ManU-Inter 2-0, che stavo seguendo da inviato per TL. L’avrei discussa due giorni dopo, laureandomi con 99/110, a pieni voti, come si dice in gergo. Ancora oggi mi capita però di sognare di dovermi ancora laureare, tanto è stato il tempo con questo chiodo nella mente. All’università però i tempi si sono così allungati per questioni oggettive più che per la mia pigrizia: ho lavorato part-time dal 1986, a tempo pieno dal 1990 e assunto dal 1995, senza contare un anno intero perso per il servizio militare che, ai miei tempi, era ancora obbligatorio .
Lo dico subito: il mio ingresso nel mondo del giornalismo è avvenuto per raccomandazione. Prima in radio e poi in Tv. A raccomandarmi è stato mio padre che, a metà degli anni ’80, aveva cominciato seguire il marketing dell’Inter di Ernesto Pellegrini al fianco del direttore generale Paolo Giuliani. Il mio primo lavoro, per tre estati di fila, è stata la vendita al dettaglio delle tessere d’abbonamento del FC Internazionale presso gli sportelli della sede centrale della Banca Popolare di Milano. Nel frattempo, divorando con passione quotidiani e telegiornali, mi era venuta l’idea di fare il giornalista: nelle news però, perché il calcio mi piaceva ma non fino al punto di dedicargli l’intera esistenza. Tra l’altro in casa mia c’erano pure tiepide simpatie milaniste, per via della stima per un certo Gianni Rivera. Nessuno in famiglia andava allo stadio. La prima volta che sono stato a San Siro fu tra l’altro per vedere l’Inter, un segno del destino, perché un amico di papà, Giancarlo Dejak, grande interista, mi portò a vedere Inter-Fiorentina 1-1, campionato 1973-74, reti di Bonisegna e Saltutti. Nel 1986, seguivo sempre più spesso mio padre e Paolo Giuliani nella quotidianità delle vicende nerazzurre, nella sede di Piazza Duse e ad Appiano Gentile. E visto che posti nelle news non ce n’erano, mi sono ritrovato nel calcio, proprio quando radio e Tv cominciavano a far concorrenza a Tutto il calcio minuto per minuto.
Dall’inverno ’86 ho cominciato a collaborare con Inter Football Club e con Radio Peter Flower’s, grazie all’interessamento di Bruno Longhi, uno che in quell’Inter era di casa, oltre che buon amico di Paolo Giuliani e di mio padre. Ecco quindi i primi articoli, i primi collegamenti e qualche radiocronaca: la prima in assoluto l’8 aprile ’87 per una radio di Empoli dal nome curioso, Radio Fata Morgana, alla ricerca di un radiocronista per Inter-Empoli 1-0, Coppa Italia 1986-87, gol di Tardelli. Alla vigilia della stagione 1988-89, fresco di tesserino di giornalista pubblicista, Paolo Giuliani era riuscito a procurarmi un incontro con l’allora editore di TL Paolo Romani, oggi politico. Ovviamente essere figlio di un dirigente del marketing dell’Inter mi ha agevolato e in un baleno mi sono ritrovato nella squadra di Qui studio a voi stadio (d’ora in poi QSVS), partito in sordina un paio di anni prima. I conduttori erano Michele Plastino e Tony Damascelli, due mostri sacri.

La Professione
L’esordio da inviato di TL al seguito dell’Inter è avvenuta, lo giuro, senza neppure un provino! Il 23 ottobre 1988 però non dovevo andare in video, ma al Bentegodi di Verona per raccontare al telefono fisso Verona-Inter. All’epoca non c’erano i cellulari e così mi hanno dato un apparecchio telefonico, di quelli grigi di una volta. A Verona c’era il tutto esaurito e io non sentivo nulla da Milano, ma ho avuto il colpo di genio di raccontare per filo e per segno tutto quello che accadeva in campo. 0-0 il finale e interviste nel dopo-partita con un operatore reclutato sul posto. Non avevo mai usato un microfono né guardato in una telecamera prima di allora, ma la parlantina non mi è mai mancata e, non essendo in diretta, potevo pure concedermi qualche errore. Tornato a Milano, tutti mi hanno coperto di complimenti e a Paolo Romani erano bastati dieci minuti di telecronaca per decidere di lanciarmi a QSVS come primo giornalista sull’Inter per tutta la stagione. La domenica successiva era in programma Inter-Roma e avrei dovuto tener botta per cinque ore con telecronaca e interviste in diretta. Nei giorni immediatamente precedenti ho supplicato chiunque incontrassi in Tv di farmi provare un po’ di cose, ma senza successo. Nelle Tv regionali non c’è mai tempo per far nulla. Le cose si fanno in diretta, come vengono. E, se fai schifo, avanti un altro! Il mestiere s’impara sul campo. Se uno si blocca davanti alla telecamera, cazzi suoi! Quando rivedo le apparizioni di allora, le interviste e poi le conduzioni in studio, mi faccio schifo. Ma è così per chiunque.
Domenica 30 ottobre 1988 sono arrivato a San Siro già in tarda mattinata, teso come una corda di violino. A differenza della radiocronaca al telefono da Verona, stavolta dovevo andare in diretta video e per cinque ore. Mi ero pure preparato una serie di domande in caso di vittoria, pareggio o sconfitta dell’Inter, ovviamente mai utilizzate. Iniziata la trasmissione, per quasi un’ora non ho aperto bocca, cercavo di defilarmi. Ma quando Damascelli mi ha chiamato per nome e cognome, non ho potuto tirarmi indietro. Per la mia prima intervista in diretta mi sono presentato con Paolo Giuliani, col quale giocavo in casa e con Paolo Taveggia, all’epoca direttore organizzativo del Milan che era allo stadio per vedere la partita, anche perché interista. Il primo minuto mi è sembrato di essere in uno stato di pre-morte, poi ho cominciato ad impormi con domande persino intelligenti! Una volta partito non mi sono più fermato, finendo in quella giornata per rubare la scena a tutti: cronaca perfetta della partita, vinta dall’Inter 2-0 con reti di Berti e Serena e poi interviste a raffica nel post-gara. Fermavo e intervistavo chiunque mi passasse vicino. Quasi alla fine della trasmissione però, ho voluto strafare, buttandomi su Andrade, centrocampista brasiliano della Roma più lento del rimborso Irpef. Non sapevo che i colleghi delle Tv di Roma non se lo filavano mai perché quando parlava non si capiva mai un accidente! Ricordo di aver capito, forse, solo tre parole in un discorso di due minuti: appartida (la partita), osciog (il gioco), Arrroma (la Roma). In studio Plastino e Damascelli ridevano come pazzi, anche perché io, non capendo il portoghese, traducevo quel che mi pareva di capire.
In migliaia di trasmissioni tra studio e stadio sono successe cose ben peggiori dell’intervista ad Andrade. Potrei scriverci un libro sul cosiddetto ‘bello della diretta’. In una Tv regionale, anzi in due Tv, dopo l’incorporazione di Antenna 3 da parte di TL nel 2004, ho visto cose che non potete immaginarvi. Ma non posso raccontarle, almeno finché farò questo mestiere. Meglio parlare dei successi, che sono stati tanti per QSVS, trasmissione più imitata della Settimana Enigmistica! Tra i tanti il punto più alto è stato toccato il 27 agosto 2002 con la telecronaca in diretta nazionale, attraverso un pool di emittenti collegate, di Inter-Sporting Lisbona 2-0, reti di Di Biagio e Recoba, preliminare di Champions League 2002-03. Per la prima e unica volta nella storia della Tv, un’emittente regionale ha acquisito i diritti di una partita di Champions League, evento che ci ha fatto conoscere anche all’estero, attraverso la successiva cessione degli highlights. Ascolti irripetibili e ottime recensioni. Ricordo solo il trafiletto di Aldo Grasso sul Corriere della Sera, dov’ero citato come telecronista: “Il record di ascolti di Telelombardia conferma che l’emittenza regionale è diventata grande: le Tv nazionali sono avvisate!” Purtroppo l’occasione di ripetere quella leggendaria impresa non si è più verificata, anche perché nel frattempo i costi delle partite di Champions sono diventati proibitivi. Soprattutto per le Tv regionali che campano delle briciole di pubblicità strappate coi denti ai grandi network.
A TL, come ad Antenna 3, si fa quasi tutto in diretta, dalle trasmissioni di calcio ai telegiornali, dalla Stramilano alla diretta alla Scala, a tante altre trasmissioni istituzionali e di news, che mi appassionano forse più del calcio. Di tanto in tanto faccio incursione nelle news e vorrei presto o tardi finire lì. Un po’ di cose le ho fatte, tra servizi di news per i TG a Buongiorno Lombardia all’alba qualche anno fa, fino al recentissimo Buonalombardia, divertentissimo programma enogastronomico dedicato alla nostra regione.
Tra le news l’esperienza più bella resta la diretta mattutina del 2 aprile 2004 per lo sgombero dello stabile di Via Adda a Milano, coordinando i vari inviati dallo studio: lì ho capito davvero che ero pronto per condurre qualsiasi cosa. Ho sempre pensato che il vero giornalista sia colui che si occupa di cose ben più importanti del pallone, anche se lo sport è senz’altro più divertente. Il mio mestiere però non consiste solo in ciò che si vede in Tv: dietro le quinte c’è un lavoro più complesso e ben più noioso dell’andare in onda. Occuparsi di calcio comporta anche qualche rinuncia: chi vive per il weekend con la fidanzata o per l’aperitivo con gli amici è meglio che faccia altro. Quando va di lusso si finisce alle 21 e il giorno di riposo non coincide mai con il sabato o la domenica. Ricordo ancora il 31 dicembre 1988 tornando in aereo da Brindisi dopo una partita di campionato dell’Inter a Lecce, altro che cenone di Capodanno!
Giornali e Tv sono come gli ospedali: funzionano 24 ore su 24 per 365 giorni all’anno. In ogni caso, fare il giornalista è sempre meglio che lavorare, come ha detto Luigi Barzini jr., uno dei maestri del nostro mestieraccio.

Oggi
Mi chiedono spesso perché non ho mai lasciato TL. In effetti qualche proposta per filarmela l’ho avuta, ma sono pigro e in fondo, al di là di qualche periodo fisiologicamente difficile, mi sono sempre trovato più o meno bene qui. E io per andarmene da un posto in cui ho sempre una grande visibilità, ma soprattutto la possibilità di fare esperienze diverse e non solo nello sport, devo ricevere un’offerta da calciatore, altrimenti sto qui. Andare in realtà più grandi per ricominciare da capo, magari nella speranza di andare in video almeno un paio di minuti al mese, non fa per me. Chi fa il mio mestiere affermando di non essere interessato ad apparire in Tv è un bugiardo. Conosco colleghi che sterminerebbero la famiglia pur di andare in video con una certa continuità e la visibilità delle Tv regionali non esiste da nessuna parte. Io poi sono fatto a modo mio e tra un posto da centravanti al Chievo e la tribuna all’Inter, tanto per usare una metafora calcistica, scelgo sempre di fare il titolare!
Il giorno che smetterò di divertirmi, cambierò mestiere, sempre che ne abbia la possibiltà.

Domani
Voi penserete che io abbia chissà quali desideri per il futuro. Invece no. A parte l’idea, prima o poi, di fare il giornalista di news a tempo pieno, sempre che capiti l’occasione, non ho progetti particolari. Cioè, uno ce l’avrei: andarmene dall’Italia, che non mi piace più da tempo, soprattutto da quando ho cominciato a girare il mondo con una certa regolarità. Al momento sono solo coinvolto per un progetto di una casetta in Florida con alcuni amici, ma è ancora prematuro. Però, anche dovessi restare, sono contentissimo di quello che ho e prego ogni giorno perché tutto resti com’è! Quando m’incazzo, mi basta fermarmi un attimo a pensare a chi sta peggio e mi rassereno: questa cosa l’ho imparata col passare degli anni, attraversando anche qualche momento difficile. La verità è che mi diverto un mondo a fare quello che faccio e ringrazio il cielo ogni giorno per la fortuna che ho avuto. Chi mi conosce davvero sa che io sono sempre il fanciullo vivace dei tempi della scuola, il casinista di sempre. E dovessi descrivermi con una frase, chiudendo gli occhi e rivedendo in un attimo tutto quello che mi è capitato finora, direi semplicemente che sono un ragazzo fortunato, anzi straordinariamente fortunato. Di prendermi troppo sul serio non se ne parla proprio. Il giornalista di norma non è certo un maestro di vita e quello sportivo poi di norma è quasi sempre ridicolo, soprattutto se si propone come un solone. Sappiate allora che l’esame di Stato per accedere alla professione giornalistica non è più difficile di quello per la patente e in ogni caso più facile di qualunque esame universitario. Tra i giornalisti, ho verificato di persona che quelli sportivi sono i più ignoranti: uno su cinquanta arriva ad una laurea e uno su cento mastica una lingua straniera. Insomma, è un mondo di capre, altro che balle! La gente che vale davvero non è certo quella che si occupa di calcio o, peggio, si mangia il fegato, dietro la falsa formula ‘super partes’ per una partita di calcio. Per non parlare dei veri protagonisti del calcio, i calciatori. Se li aveste conosciuti e magari un po’ frequentati come ho fatto io smettereste di idolatrarli. Alla quasi totalità interessano soldi, orologi, veline, proprio in quest’ordine, altro che l’amore per la maglia e per i tifosi. Ne ho visti a decine fingere di stare al cellulare per evitare di essere fermati per un autografo. Ma lo show deve continuare e a me non interessa certo turbarlo. Grazie al cielo, non vivo di solo pallone, ma ho tanti altri interessi: dalla storia romana a quella contemporanea, dal cinema agli scacchi, dal tennis al turismo transoceanico, ormai una fissazione. Appena posso, prendo un aereo e pianto una bandierina in qualche Paese lontano, dove nessuno mi parla di calcio. Non avessi fatto il giornalista, forse sarei stato ufficiale dei carabinieri o pilota d’aerei, ma in omaggio al mio unico idolo, Peter Pan, mi accontento di volare con la fantasia. Se siete arrivati fin qui, fatemelo sapere via mail. Vuol dire che aveva ragione il mio web-master a insistere per un’autobiografia tanto corposa. In ogni caso benvenuti su gianlucarossi.it!
Sito on line
1.a versione: 25 aprile 2004
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