Inter Nos 2

Pubblicato su San Siro Calcio, domenica 23 settembre 2012

IL TABU’ SAN SIRO – La maledizione di San Siro e del suo manto erboso in misto-sintetico, che ovviamente non può aver minimamente inciso, è proseguita anche in Europa League contro il Rubin Kazan e buon per l’Inter che sia stata evitata almeno la sconfitta grazie al giapponese Yuto Nagatomo, in gol al 92’ da consumato attaccante. Resta il fatto che dopo il 2-2 coi russi le partite in cui il Meazza non ha visto una vittoria dei padroni di casa, comprendendo l’ancor più negativo score del Milan, sono ora sette e non succedeva addirittura da un quarto di secolo. Ma anche lasciando i cuginastri ai loro patemi, il dato dell’Inter resta preoccupante: 4 gare casalinghe in stagione con 2 sconfitte e 2 pareggi e oggi battere il Siena è molto più di un dovere. Guai se contro i toscani non dovessero arrivare i primi tre punti casalinghi. Per ottenerli serve la formazione migliore: a Stramaccioni il compito di azzeccarla, cambi compresi, perché la logica, sulla carta inappuntabile, di vivere su un continuo turn-over tra campionato e Coppa si è dimostrata troppo rischiosa, come testimonia proprio il pareggio interno per 2-2 col Rubin Kazan. Hai voglia a parlare di rosa ampia: la verità è che le seconde linee ancora non sono all’altezza dei titolari. C’è anche da tener presente che quasi sempre l’Inter davanti al suo pubblico si è ritrovata col fiatone a causa di errori individuali da oratorio: il rigore regalato al Rubin da Jonathan è ancora più incredibile delle distrazioni contro Hajduk e Vaslui e della fase difensiva a groviera che ha condotto alla bruciante sconfitta con la Roma.
Ora è vietato sbagliare!

LA COPERTA CORTA – Dalla formazione, a posteriori esageratamente offensiva, che ha incassato tre gol dalla Roma a quella, decisamente più prudente, che è andata a vincere a Torino granata 2-0, c’è un abisso tattico. Lo confesso: anch’io ero perplesso sulla formazione scelta da Andrea Stramaccioni per la gara al Comunale: altro che 4-2-3-1 o affini, altro che tridente d’attacco più o meno assortito. Il giovane tecnico nerazzurro, giustamente criticato per la fase difensiva irrisa dalla Roma, col Toro ha cavato dal cilindro un tatticissimo 4-4-1-1 con due coppie di esterni difensivi sulle fasce e Cambiasso ad abbassarsi continuamente davanti alla difesa, formata dall’inedita coppia Ranocchia-Juan Jesus. E al Comunale è andata così bene, perlomeno dal punto di vista tattico, che Renzo Ulivieri, patron degli allenatori, ha invitato gli aspiranti allenatori a studiarsi Torino-Inter!
Ovvio che, tirandosi su la coperta fino agli occhi, rimangano scoperti i piedi e non a caso, il gioco d’attacco che l’Inter aveva sin lì mostrato, a Torino non si è visto, rimpiazzato da un possesso palla e una proprietà di palleggio, a volte noiosetti, ma certamente efficaci, secondo il vecchio adagio ‘palla a noi, giochiamo noi. E non giocano gli altri’.
A partire dal Siena, Stramaccioni dovrà però trovare il modo di coniugare al meglio la fase offensiva vista con la Roma con quella difensiva che ha ben retto a Torino. Tradotto: vincere comandando le partite. Intanto c’è un dato paradossale, perché se a San Siro stenta, in trasferta l’Inter vola. Due vittorie su due fuori casa in campionato, in aggiunta alle due di Europa League con dieci gol fatti e nessuno subito. Capite però bene che non si può credere che l’Inter riesca ad esibirsi con successo solo in trasferta. O si vince subito in casa o toccherà sorbirsi le accuse di provincialismo anche da tecnici che hanno sempre operato in provincia, come se fosse mai esistita nella storia del pallone una provinciale capace di vincere 4 partite su 4 lontano da casa. Ma si sa: se l’Inter si sbilancia in avanti e perde è presuntuosa, se invece sta in cesta e vince facile, è sparagnina. E nelle polemiche post-Torino, davanti alle invidie di chi l’Inter la potrà vedere solo col binocolo, il giovane Strama ha mourinhiamente tirato fuori gli artigli, guadagnandosi ulteriori crediti nell’interismo militante.
Tutto questo però viene dopo, prima bisogna vincere a San Siro, quindi battere in Siena.

JONATHAN: UN UOMO, NESSUN PERCHE’ – L’Inter di Stramaccioni, dopo gli otto nuovi innesti dell’ultimo mercato, non può che essere un cantiere aperto ed è logico che sia così a nemmeno un mese dall’inizio del campionato. Quando si rinnova profondamente una squadra, occorre giocoforza tempo per farsi di un’idea precisa sul suo valore.
Una prima certezza però sembra esserci e, purtroppo, è una certezza tutta negativa. Riguarda Jonathan, l’uomo misteriosamente chiamato più di un anno fa per sostituire nientepopodimeno che Maicon, partito quest’estate per Manchester, sponda City.
Jonathan Cícero Moreira, noto semplicemente come Jonathan, difensore brasiliano con passaporto italiano, non è propriamente un ragazzo di primo pelo. Adesso ha 26 anni e, purtroppo, non è migliorato di una virgola da quando l’Inter lo acquistò sborsando quasi 5 milioni di euro per risolvere un derby tra Cruzeiro e Santos due anni fa. Jonathan nello scorso campionato era stato spedito in prestito al Parma nella speranza di una crescita che ad oggi non si è ancora vista. Eppure coi ducali qualche partita decente l’aveva pure fatta, ma all’Inter è un’altra storia ed il rigore regalato al Rubin Kazan nella gara d’esordio nel girone H di Europa League resta inconcepibile: una palla controllata male in area, in una zona tutto sommato nemmeno pericolosa, con l’assurdo tentativo di recuperarla con una scivolata da rigore su Karadeniz. L’abicí del difensore violentato nel tempo di un battito di ciglia! E poco dopo, un gol mangiato con la porta avversaria spalancata, ma quello, se non altro, si sa che non è il suo mestiere. Ora, poiché Jonathan non ha 19 anni come Juan Jesus o 20 come Coutinho, viene da chiedersi perché lo si sia preso due anni fa e perché quest’anno si sia addirittura pensato di richiamarlo alla casa-madre. Spendere 5 milioni per un brasiliano di 26 anni così poco adatto al nostro calcio resta un mistero ancora più irrisolvibile dei cerchi del grano.
Detto tra noi, un favore fatto a chi? Certamente non all’Inter.

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Viva l’Inter!


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