Anche i ricchi scioperano: le lotte dello sport Usa

di Domenico Calcagno – Corriere della Sera, 5 dicembre 2010

DeMaurice Smith, il capo del sindacato dei giocatori di football, ha comunicato ieri ai suoi assistiti di non sprecare gli ultimi tre salari perché la prossima stagione quasi sicuramente sarà cancellata. Lunedì scorso, Billy Hunter, il leader del sindacato dei giocatori di basket, ha dichiarato: «Preparatevi perché al 99 per cento la Nba non giocherà il prossimo campionato». Qual è il problema? Semplice: esattamente come nel nostro calcio, sono scaduti i contratti collettivi che regolano i rapporti tra proprietari e giocatori. Da noi si discute molto, negli States neppure si tratta (le parti sono molto distanti) e tutti danno per scontato che non si giocherà il prossimo anno, con buona pace di tifosi, media e persone che perderanno il posto visto che una squadra professionistica dà lavoro, giocatori esclusi, a centinaia di persone. In America funziona così: se non c’ è accordo tra datori di lavoro e prestatori d’ opera ci si ferma e le partite vengono cancellate. Di solito sono proprio i proprietari a chiudere le saracinesche degli stadi e sarebbe più giusto parlare di serrata (lockout), non di sciopero, ma gli effetti sono identici. E identiche sono pure le richieste che regolarmente, quando scade un contratto collettivo, dividono proprietari e giocatori: i secondi chiedono maggiori garanzie per gli infortunati, fondi pensione e aumenti di stipendio; i primi piangono regolarmente miseria e cercano di non mollare un dollaro in più di quelli previsti dall’ accordo precedente. È insomma battaglia sindacale, vera, e le associazioni dei giocatori, nate negli Anni Cinquanta e Sessanta, con l’ arrivo della televisione e la conseguente moltiplicazione dei fatturati, sono toste come sindacati di metalmeccanici. Anche se i redditi degli iscritti sono decisamente diversi. Quelli che stanno meglio sono i giocatori di basket, stipendio medio 5,35 milioni di dollari (Kobe Bryant, 24,8 milioni all’ anno, è il meglio pagato), seguono i campioni del baseball, 3,3 milioni (Alex Rodriguez, 33 milioni, il più ricco), quelli dell’ hockey, media 1,9 milioni (Vincent Lecavalier e Roberto Luongo i meglio pagati con 10 milioni), infine i giganti del football, 770.000 dollari la media, ma i top guadagnano molto bene, a cominciare da Payton Manning, che intasca 30,8 milioni a stagione. Per dare un’ idea, lo stipendio medio dei giocatori di serie A è di 1,2 milioni di euro (in dollari: 1,6 milioni). Lo stop delle Leghe professionistiche non è dunque un’ eccezione negli States. Il baseball ha scioperato nel 72, 81, 90, 94 e 95. Il football nell’ 82 per 57 giorni (cancellate 7 partite di stagione regolare) e nell’ 87. L’ hockey annullò l’ intera stagione 2004-05: 310 giorni di lockout per un debito, dell’ intera lega, di 273 milioni di dollari (quasi una sciocchezza per il calcio europeo). Quell’ anno, per la prima volta dal 1919 non venne assegnata la Stanley Cup e il lockout riuscì dove aveva fallito persino la seconda guerra mondiale. I giocatori europei sfruttarono quella stagione per tornare a giocare a casa. I tifosi più felici furono quelli del MoDo, squadra allenata dal papà di Peter Forsberg, la superstar dell’ hockey svedese. Non solo poterono godersi per un anno Peter, ma pure i gemelli Sedin, Naslund e mezza nazionale svedese che per qualche mese vestì la maglia del club di Ornskoldsvik. Ma lo sciopero più spettacolare fu quello del football nell’ 87. Annullata la prima giornata, i proprietari ingaggiarono dei rimpiazzi per poter giocare il campionato. Ex giocatori di college, gente che sognava di vivere una mezz’ ora da pro, mezzi atleti ebbero la loro occasione, mentre i titolari organizzavano picchetti fuori dagli stadi e dai campi d’ allenamento. I rimpiazzi tennero la scena per tre giornate, poi il fronte degli scioperanti andò in pezzi e per i proprietari fu un trionfo. Su quello sciopero è stato fatto un film, «The Replacements», con Gene Hackman nel ruolo di un allenatore e Keanu Reeves in quello di Eugene Seale, un ragazzo del Texas che, finito lo sciopero, giocò con gli Oilers di Houston per altre sette stagioni.

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