Il bravo allenatore è uno stronzo

Le tante mail ricevute sul bauscia Mourinho e sugli sfoghi Lippi a Parma e di Maradona a Montevideo mi inducono a sdottorare un po’ sugli allenatori dei nostri tempi. “Ma per essere un grande allenatore” – mi chiedono – “bisogna per forza insultare mezzo mondo?” Certo che no. L’allenatore però è prima di tutto un uomo con il suo carattere e il suo personalissimo modo di vivere le pressioni dell’ambiente. Si fa presto a dire che certi allenatori, con quel che guadagnano, dovrebbero essere più educati. In realtà, quando uno perde la brocca, non pensa certo al suo conto in banca. A prima vista sembrerebbe che gli allenatori, più sono stronzi, più sono bravi: Capello, Mourinho, Lippi non sono certo dei simpaticoni, anche se personalmente con Marcello, nella sua frequentazione nerazzurra, io ho avuto un rapporto eccellente. E non mi stanno antipatici neppure Capello e Mourinho, ma io sono un tipo un po’ particolare. In ogni caso ecco Ancelotti a rompere decisamente lo schema per cui un allenatore per essere bravo debba per forza essere antipatico e maleducato con la stampa. Carletto infatti è straordinariamente vincente, simpatico ed educato. Però anche gli allenatori educati perdono la testa, o forse vi siete scordati del mitico Trapattoni al Bayern Monaco nella stagione 1997-98: il proverbiale: ”Was erlaubt sich ein Strunz?” ossia ”Come si permette uno Strunz?” dedicato in sala-stampa al calciatore che ne criticava l’eccessivo difensivismo è diventato addirittura un brano rap. E che dire di Alberto Malesani che quattro anni fa, in Grecia al Panathinaikos, dopo un pareggio con l’Iraklis, si sfogò in italiano ripetendo per 21 volte in quattro minuti la parola ‘cazzo’, prima di un liberatorio e conclusivo ‘figa’, al fianco dell’inebetita traduttrice. Sapete, io faccio il giornalista e mi piacciono gli allenatori che fanno casino, perché il mio compito è di riportare e di ricamare su qualcosa di orginale, piuttosto che sulle solite frasi fatte, per cui qualsiasi avversario è temibile e quasiasi partita difficile. Per questo sono andato in visibilio giornalistico quando Lippi il 3 ottobre 2000, dopo la sconfitta a Reggio Calabria, se ne uscì con il famigerato j’accuse: ”Fossi il presidente, anzitutto manderei via l’allenatore. Poi metterei in fila i giocatori, li attaccherei al muro e li prenderei tutti a calci nel culo”. Lippi infatti fu licenziato il gionro dopo, ma di calci in culo a quei giocatori, che ne meritavano tanti, non ho notizie. Ora tenetevi forte, per quello che sto per scrivere. Maradona come allenatore è certamente inversamente proporzionale al calciatore, ma mi ha colpito la sua maleducatissima sincerità giovedì scorso a Montevideo: uno che si presenta ai giornalisti con un sonetto come “a los que no creyeron, que me trataron como me trataron, con perdòn de las damas, que la chupen y sigan mamando, que la chupen y sigan chupando” ha i coglioni e che coglioni! Infatti è già stato condannato a morte dalla stampa, e vedrete se mi sbaglio. E la stampa argentina, credetemi, non è come quella italiana, alla quale Bobo Vieri all’Europeo 2004 Mondiali disse “sono più uomo io di tutti voi messi assieme” uscendone praticamente indenne. Tornando a Maradona, per chi non mastica lo spagnolo, dirò che ‘mamar’ e ‘chupar’ al di là delle scuse formali alle signore, sono concetti molto forti. Il mio grande collega e amico Paolo Condò è stato straordinario nel suo commento sulla Gazzetta dove spiegava perché i chupa-chups si chiamano così. Inutile dire che non mi siano affatto dispiaciute certe intemerate interiste di Roberto Mancini e i sette minuti di monologo di Mourinho, quando il 3 marzo scorso parlò di ”grandissime manipolazioni” e di ”prostituzione intellettuale”. Non a caso, un mio collega commentò di getto: “questo, appena arrivato in Italia, ha capito tutto!” Insomma, non ho mai nascosto di non avere molta stima della mia categoria, perché non vedo più nulla di sacro nella professione giornalistica da troppo tempo, figuratevi poi nel giornalismo sportivo italiano. Montanelli se ne è andato da un pezzo e non vedo eredi nemmeno in altir campi. E preferisco sempre la sincerità alle frasi di circostanza. Mourinho deve evitare di parlar male dei suoi colleghi, e quando lo fa gratuitamente sono il primo a criticarlo, ma vivaddio, nel calcio come in altri ambienti, mica ti sono tutti simpatici e se uno sbotta, gli si fa il mazzo, ma meglio lui che quelli che non hanno mai niente da dire. Per parlare degli allenatori che ho conosciuto più fa vicino, posso dirvi che Ottavio Bianchi sapeva essere non solo antipatico, ma anche maleducato con la stampa: è il bello è che non aveva comunque mai nulla da dire, esattamente come uqella sagoma di Luisito Suarez, che è invece di una disponibilità verso i media fin esagerata. Ma nè Ottavio Bianchi nè Luisito hanno il talento del fuoriclasse ad allenare. Quando mi si chiede si definire l’allenatore fuoriclasse, rispondo con i risultati ottenuti, accompagnati da una valutazione assolutamente personale. Il grandissimo allenatore è per me colui che dopo un sonoro fallimento alla guida di una squadra di vertice, ha comunque un’altra grande occasione e la sfrutta appieno: il fuoriclasse è quello che comunque prima o poi rivince, e trova sempre e comunque un ingaggio in un grande club. Mourinho è stato esonerato dal Chelsea ma ha trovato l’Inter e ha rivinto subito, Capello ha chiuso male la sua seconda avventura al Milan ma ha trovato Real Madrid, Roma Juventus, con le quali ha rivinto e stravinto. Lippi non ha vinto con l’Inter ma ha poi rivinto con la Juventus e conquistato addirittura un Mondiale con la Nazionale. Questi, vi piaccia o no, vi siano simpatici o meno, sono i grandissimi allenatori. Tanti altri, seppur simpatici ai più, non si possono considerare fuoriclasse, perché per un motivo o per l’altro non hanno poi rivinto alla seconda grande occasione, come Zaccheroni o Bigon, o neppure l’hanno più avuta, una seocnda grande occasione, come Simoni e Cuper, mai più contattati da club importanti dopo le loro avventure nerazzurre. Roberto Mancini non si può ancora dire se sia nella galleria dei fuoriclasse: i successi all’Inter sono sacri ma bisogna vedere se quando sarà davvero libero troverà lavoro in un altro club prestigioso. A volte dipende anche da come uno sa vendersi: scommettiamo che Mourinho avrà sicuramente un’altra grande opportunità, anche in caso di totale fallimento quest’anno all’Inter? E Lippi a Parma avrà anche esagerato ma, ragazzi miei, è campione del mondo e chi è campione del mondo diventa highlander per definizione. Avrebbe dovuto fare come Aimé Jaquet che, dopo aver vinto i Mondiali ’98 con la Francia, ha cambiato mestiere: quando arrivi tanto in alto, non c’è più nulla da conquistare e a continuare si ha solo da perdere.

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