Inter Nos 10

Pubblicato su San Siro Calcio, sabato 12 gennaio 2013

VIAGGIO NELLA CRISI – La tremenda sconfitta di Udine ha sancito ufficialmente la crisi dell’Inter. Il girone d’andata è stato chiuso con gli stessi 35 punti che al giro di boa dell’anno scorso aveva faticosamente raggranellato Claudio Ranieri, sommando anche il misero punto, record imbattibile, ottenuto da Gasperini in avvio di stagione.
Ad una chiusura del girone d’andata più deludente del previsto hanno concorso le 4 sconfitte consecutive in trasferta, 5 considerando quella dei giovani a Kazan in Europa League, dopo la roboante vittoria sulla Juventus a Torino. Come si sia passati, dopo aver vinto il derby d’Italia, da un rendimento medio di 2.4 punti a partita alla miseria di 1,1 punti a gara è qualcosa di misterioso. Almeno a prima vista. In realtà, indagando tra i numeri impietosi dell’ultima Inter si scopre che nelle 6 sconfitte di quest’anno, le stesse di un anno fa, i gol incassati sono saliti da 20 a 22, con 8 punti nelle ultime 8 partite e 366 minuti senza un gol lontano da San Siro, praticamente dalla partita di Bergamo dell’11 novembre scorso. E con buona pace di Stramaccioni, che dopo Udine si è lamentato degli arbitri, non dipende certo da loro se Cassano in campionato non va a segno dal 21 ottobre, Palacio dal 18 novembre e Milito dal 9 dicembre scorsi. E sull’arbitraggio di Giannoccaro a Udine, perfino il presidente Moratti non ha avuto nulla da ridire.
Ora, se non si riprende a correre contro il Pescara a San Siro, la discesa che ha già portato l’Inter dal secondo al quarto posto in classifica rischia di diventare una picchiata.
Eppure nel calcio la Befana esiste, visto che malgrado il tracollo di Udine, l’Inter è rimasta in quota grazie alle contemporanee e inattese sconfitte nell’ultima giornata di Juventus e Fiorentina.
Ma la crisi è sotto gli occhi di tutto e gli arbitraggi, alcuni certamente non fortunati, c’entrano poco. Più giusto prendersela con se stessi, con i propri infortuni, alcuni ormai eterni e ricorrenti e con la cattiva gestione del periodo natalizio. Due squadre in tutta Europa sono tornate al lavoro il 2 di gennaio per giocare il 6: l’Inter e il Barcellona, ma la differenza la capite da soli. Un conto è stare fermi tre, quattro giorni, altro discorso è staccare la spina per dieci giorni filati e pretendere poi nei tre successivi di caricarsi di un ritiro con sedute doppie senza subire scompensi. Non a caso Milito e Chivu sono usciti di scena proprio alla vigilia di Udine per sovraccarichi vari. Mediamente, l’Inter non è una squadra giovanissima ed è per questo che i carichi di lavoro devono essere continuamente variati. E a chi superficialmente ha fatto notare che anche Juventus e Fiorentina, che si sono radunate prima dell’Inter, hanno cominciato l’anno nuovo con una sconfitta, si consiglia di andarsi a rivedere le partite di bianconeri e viola. Dal punto di vista della pura corsa, la differenza di gamba, rispetto all’Inter, è stata ancora una volta evidente. Senza contare che dal punto di vista psicologico uno stacco totale di dieci giorni, per come è strutturato il calcio in Italia, è rischiosissimo. Può darsi che i benefici si vedano più avanti, magari già col Pescara, ed è quello che tutti speriamo.
Al di là delle considerazioni del momento, il vero problema dell’Inter lo si conosce dall’estate. Questa squadra  è stata costruita fin dove le risorse economiche l’hanno permesso, cioè negli undici-tredici titolari, quelli che per intenderci hanno messo sotto la Juve in casa propria. Per il resto, non potendo completare la rivoluzione, ci si è affidati a giovani che saranno forse pronti tra un anno o due e ad alternative non collaudate. A fronte di Guarin, che pare un acquisto azzeccato, ecco quindi l’impalpabile Pereira, il vero errore del mercato estivo in relazione ai 10 milioni spesi. Poi si è sperato che Jonathan potesse rivivere in nerazzurro la discreta primavera di Parma, che Coutinho e Alvarez maturassero davvero e in prestiti come Silvestre, assolutamente impreparato ad un ambiente esigente come quello interista. Insomma se l’Inter, come per magia, potesse sempre contare sui suoi undici-tredici titolari sarebbe come minimo da terzo posto e lo ha dimostrato. Il resto della rosa è però del tutto inadeguato e il mercato di riparazione non sembra in grado di porvi rimedio.

UN MERCATO NON DA INTER – Con l’arrivo dello stagionato Rocchi e l’imminente ritorno dall’Espanyol di Longo, più maturo di Livaja, l’attacco nerazzurro, almeno dal punto di vista numerico, sarebbe a posto anche in caso di epidemia.
Resta da rinforzare la difesa, dove continua a circolare il nome dell’ex Andreolli che arriverebbe dal Chievo per prendere il posto del bocciatissimo Silvestre e, soprattutto del centrocampo.
Qui i nomi che circolano con insistenza sono quelli dell’atalantino Schelotto e del catanese Lodi, al di là delle smentite più o meno strategiche. E’ vero, nessuno di questi, se i termini di paragone continuano a restare gli eroi del Triplete, è da Inter, ma oggi solo chi vive nel mondo dei sogni può perseverare su certi schemi del passato. D’altro canto, finché non si scioglierà una volta per tutte il nodo Sneijder, non è possibile aspettarsi un mercato di tenore diverso e l’augurio è che i ritocchi in programma non ripropongano situazioni alla Jonathan o alla Alvarez, ossia di giocatori che per un motivo o per l’altro non riescono proprio ad essere utili alla causa. Per chi ha invece voglia di sognare fin da adesso il grande colpo estivo si è pure parlato di una manovra per agganciare in largo anticipo Edin Džeko prelevandolo dal Manchester City. Ma in un mondo in cui le cose cambiano in un’ora non si capisce perché il centravanti bosniaco, che tra l’altro in Inghilterra è tornato da titolare a suon di gol e che percepisce un ingaggio assolutamente fuori mercato per qualsiasi club italiano, dovrebbe fin da ora promettersi all’Inter, senza sapere neppure se i nerazzurri raggiungeranno a maggio l’agognato piazzamento in Champions League. Meglio vivere l’oggi, anziché sognare il domani, del quale, come diceva il poeta ‘non v’è certezza’. Soprattutto nel pallone.

SNEIJDER, ADESSO BASTA – Una cosa è sicura: in un senso o nell’altro, il tormentone Sneijder entro il 31 gennaio finirà. Da più di 100 giorni l’Inter sta cercando disperatamente di cedere l’olandese che percepisce 500 mila euro netti al mese e che quindi costa a Moratti un milione lordo. Ma fino ad ora, da quando cioè Sneijder ha svestito la maglia dell’Inter nella partita con il Chievo del 26 settembre scorso, nessun grande club ha avanzato lo straccio di un’offerta. Una per la verità è stata formalizzata proprio in questi ultimissimi giorni dai turchi del Galatasaray di Istanbul ma, a quanto si dice, la prima proposta d’ingaggio, pari a 4,5 milioni di euro a stagione non soddisferebbe il giocatore e anche con eventuali bonus sarebbe comunque inferiore a quella che l’Inter aveva garantito a Sneijder in caso di spalmatura su più anni del suo ricchissimo contratto. Va meglio invece per il cartellino, che i turchi sono disposti a rilevare dall’Inter per una cifra dai 9 agli 11 milioni di euro e non a caso Moratti non vede l’ora di mettere nero su bianco. Resta però l’ostacolo dell’ingaggio e, al solito, ci si è messa pure la bella moglie Yolanthe Cabau a complicare le cose. Da sempre l’aspirante attrice, che presumibilmente si vede più a passeggio sul Sunset Boulevard di Hollywood che al Gran Bazar della metropoli sul Bosforo, è stata già ‘pizzicata’ dai turchi in un cortometraggio un po’ troppo hot che sta spopolando sul web!
Cose turche, verrebbe da dire, e tanto per cambiare il tormentone continua.

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