Argentina: Supermini

di Andrea Ciprandi da http://andreaciprandi.wordpress.com

Non è più il Superclásico di una volta. Resta il rango delle contendenti, il contorno, il fascino, ma la qualità di certe sfide è davvero un lontano ricordo.
Come in tutti questi casi, c’è comunque chi gode per una vittoria che resta speciale. Archiviato un incontro giocato da entrambe le squadre senza concessioni allo spettacolo, se da una parte c’è solo amarezza dall’altra resta poco più che la soddisfazione per altri sei mesi di sfottò ai rivali e tre punti che valgono il rilancio in campionato. Niente ‘grandeur’ dal lato degli ospiti, nessun giocatore decisivo fra i padroni di casa, e anche se spesso si dice che i derby non si giocano ma si vincono dalle due grandi d’Argentina è lecito aspettarsi sempre qualcosa più che la speculazione. Il Boca invece ha giocato esclusivamente di rimessa, mettendo la testa fuori dalla propria metà campo appena tre volte per ottenere il massimo risultato col minimo sforzo come in fondo ha riconosciuto il suo allenatore rivendicando, e vantandosene, lo stesso atteggiamento tattico di cui Ramon Díaz si è fatto bello in coppa: il catenaccio. Al River, dal canto suo, fanno ancora male i due pali presi ma deve far pensare innanzitutto la gestione sconclusionata dell’intera gara che è dipesa in gran parte dall’assetto con cui è sceso in campo e dagli aggiustamenti tattici tardivi.
A parte una fiammata iniziale, la Banda non è parsa quella di sempre. Né quella di un tempo che piaceva, vinceva e segnava, neanche a parlarne, ma neppure quella che nelle ultime giornate e in coppa pian pianino si stava ritrovando al punto che dall’inizio di settembre, fra tutte le competizioni, aveva sofferto un’unica sconfitta per altro ininfluente in campo internazionale. I suoi principali punti di forza del presente sono venuti a mancare tutti in una volta e hanno pesato le assenze intese come potenzialità, prima fra tutte quella di Fabbro che ‘deus ex machina’ della manovra d’attacco ‘millonario’ non sarà forse mai. Male Vangioni, relegato per tutto il primo tempo in fondo a sinistra per stare dietro a Martínez, senza possibilità di spingere sulla fascia; male Lanzini, che ha vissuto un pomeriggio di totale appannamento; malino pure Andrada, che là davanti, isolato, comunque poco poteva fare. Sì, perché l’unico grande protagonista del River è stato Teo Gutierrez, che però ha dovuto rinunciare al suo ruolo di prima punta per coprire la zona del campo di Carbonero, disastroso, e da lì da solo provare a generare gioco. Qualcosa è cambiato nella ripresa al che non tanto Ponzio, subentrato, quanto Vangioni spostato finalmente in avanti ha dato un minimo di fluidità maggiore alla manovra – su un suo classico cross, non per altro, è venuto uno dei due legni che avrebbero significato pareggio. Ma nel complesso proprio niente di che.

Un misto fra avventatezza tattica e inconsistenza è costata al River la sconfitta, e con essa l’addio al titolo e forse anche alla qualificazione alla prossima Libertadores se il Lanús non dovesse essere eliminato nello scontro diretto di Sudamericana. Questo giusto pochi giorni dopo la firma modello hollywoodiano che Passarella, improvvisamente ricomparso, aveva fatto mettere al Pelado sul nuovo contratto – come se fosse potuta bastare quella sceneggiata a creare i presupposti per un trionfo.
Nella cornice surreale di un Monumental tutto bianco e rosso per la permanenza del divieto di ammissione al pubblico ospite, il River è passato da una potenziale dimostrazione di forza quasi esagerata alla dimostrazione invece di tutta la sua attuale pochezza. L’ha fatto sul campo riflettendo un caos tattico figlio di uno manageriale che da una campagna acquisti dissennata in poi è stato il primo motivo di un nuovo fallimento che va oltre questo particolare risultato.

Guardando ai freddi ma sempre significativi numeri, è dal 2011 che non vince un Superclásico di campionato – e due non li ha potuti giocare perché era in B. Con quella di ieri, ha accumulato la quarta sconfitta in dieci giornate dell’Inicial. Dei miseri 8 gol fatti nel torneo, soltanto 3 portano la firma di un attaccante di ruolo. Anni luce, allora, separano questa squadra da quelle dell’altro ieri, che non saranno state le gloriose del Cinquanta e nemmeno dell’Ottanata e del Novanta, ma in avanti erano comunque targate Higuaín, Alexis Sanchez, Falcao Garcia, Cavenaghi e Trezeguet. Oggi sono principalmente due ragazzini a dannarsi l’anima per buttare la palla in rete, questo mentre fra i più recenti scarti Iturbe, che pure sarebbe costato troppo caro trattenere, nel Verona sta facendo cose meravigliose… Così si ritorna a una campagna acquisti anche sfortunata considerando gli acciacchi che a lungo hanno martoriato i nuovi arrivati, è vero, ma si sa che la fortuna aiuta gli audaci e da Passarella in giù, fra i dirigenti, non si è ravvisato alcun merito particolare che la sorte potesse ripagare.
Alla vigilia della trasferta in casa del capoclassifica Newell’s, che se vinta dopo un successo contro il Boca avrebbe riaperto i giochi, al River regna allora la frustrazione. Doppia pensando che battendo i campioni in carica si farebbe un altro piacere al Boca, a cui già è stato regalato il confronto diretto. L’assenza certa però di Teo Gutierrez, impegnato con la Colombia, e quella probabile di Vangioni che è squalificato e non si sa ancora se verrà autorizzato ugualmente a giocare in base all’Articolo 225, fanno pensare che il River non riuscirà a fermare la marcia della Lepra verso il ‘bicampeonato’. Sul futuro della Banda, e sembrerebbe solo su quello, restano infatti tutti i nuvoloni che dal cielo di Buenos Aires se ne stanno invece andando con l’arrivo della primavera.

(articolo scritto per La Página Millonaria)

 

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