Gian Luca Rossi, cuore interista

Pubblicato su Bergamo & Sport, domenica 11 novembre 2012
di Manuel Lieta

Milano – Siamo abituati a vederlo quasi ogni giorno su Telelombardia o Antenna Tre, mentre racconta le vicende dell’Inter e del campionato dagli studi di “Qui studio a voi stadio”, ma Gian Luca Rossi, oltre che giornalista sportivo e opinionista, è prima di tutto uno sportivo (“Nasco in una famiglia di tennisti, e pratico tuttora il tennis – tra l’altro ho partecipato anche al Trofeo Bortolotti – oltre che il calcio, la corsa e il karate”) e un tifoso di quelli veri e leali: “Sì, non sono uno di quei tifosi a rischio esaltazione: amo l’Inter, ma non ho mai capito la rivalità tra le opposte tifoserie. Per esempio, non si vede la ragione della rivalità tra quelli dell’Inter e quelli dell’Atalanta, che anzi hanno secondo me più di un punto in comune. Dico spesso che l’Atalanta è una specie di Inter delle provinciali: se fossi un tifoso della Dea sarei orgoglioso di essere un sostenitore della squadra provinciale con più presenze nei campionati di serie A. L’Atalanta mi sembra più avvicinabile a una Udinese, per dire, che a squadre meno blasonate e che fanno avanti e indietro tra campionato maggiore e serie cadetta”.

Chi meglio di Gian Luca Rossi, dunque, per darci il suo parere sulla sfida che quest’oggi oppone l’Atalanta proprio alla squadra di Stramaccioni? Lo incontriamo per una chiacchierata sulla partita, sul giornalismo e non solo, davanti a un succo di frutta al pompelmo in un bar della Milano periferica meno luccicante, che forse sarebbe piaciuto anche al suo modello giornalistico, Beppe Viola. “Atalanta-Inter è da sempre una partita che per noi interisti risulta ostica: la sensazione è quella di andare ad affrontare una rivale scomoda, che spesso, anche ai tempi di Sua Divinità Mourinho, ci ha dato fastidio. Ricordo una sconfitta, agli inizi della mia carriera, nel ’91-’92 che costò il posto a Orrico e che suggellai con una intervista strappalacrime a Walter Zenga, così come ricordo ovviamente belle vittorie, come una firmata Adriano. In generale, comunque, storicamente la Dea è un’avversaria da non sottovalutare per l’Inter”.

Atalanta e, soprattutto, Inter sono in un buon momento di forma: come vedi le due squadre?
“Sull’Atalanta mi sembra che si possa dire che stia facendo bene, in un campionato in cui sta avendo risultati positivi, e buone vittorie. Il suo allenatore, Colantuono, mi piace: ha carattere e grinta, è permaloso, in senso buono, come il “mio” Stramaccioni, e in generale mi piacciono i personaggi che dimostrano personalità e carattere. Ha un giocatore, Denis, che è un’ottima pedina: non mi sarebbe dispiaciuto vederlo all’Inter, anche in virtù della sua nazionalità argentina, e in effetti se ne era parlato, anche se forse sarebbe stato sprecato da noi, nella sola veste di vice Milito. Per quanto riguarda l’Inter, io sono sempre stato ottimista e ho dichiarato in tempi non sospetti che siamo nelle prime tre: certo non mi aspettavo di vederci così presto davanti al Napoli, e continuo a considerare superiori sia la squadra di Mazzarri che la Juventus, non tanto come rosa quanto come affiatamento tra i giocatori, specie se pensi che i vari Pereira, Silvestre, lo stesso Cassano, hanno praticamente fatto la rifinitura pre-campionato a torneo già iniziato, ma d’altronde per questioni economiche abbiamo dovuto fermarci sul mercato, e cercare di far fruttare al meglio una rosa che comunque rimane incompleta”.

Hai parlato dell’orgoglio dei tifosi atalantini: cosa distingue invece un “vero” tifoso interista?
“Tieni conto che io arrivo da una famiglia milanista, amica da sempre di Gianni Rivera. E’ stato mio zio ad avvicinarmi ai nerazzurri, quindi non ho questa fede nel sangue ma ci sono arrivato negli anni. Detto questo, secondo me il tratto distintivo è l’incontentabilità: i tifosi di ogni squadra non sono mai soddisfatti, ma quelli interisti arrivano a livelli esagerati, hanno sempre un senso si incompiutezza che non gli fa godere a pieno le gioie sportive. Conosco tifosi interisti che, sul 2-0 contro il Bayern nella famosa finale di Champions del Triplete, si sono arrabbiati a morte per un gol sbagliato da Pandev a fine partita. Spesso dico che preferirei avere il numero di tifosi del Chievo, ma che ragionano e festeggiano quando c’è da festeggiare, che quelli che io chiamo “gatti neri” interisti, sempre pronti a criticare con spirito negativo. Con degli amici avevamo anche provato a fondare il club degli “Interisti Ottimisti”, ma eravamo forse in dieci…”

Cambiamo discorso: avresti mai detto che la tua passione sarebbe diventata il tuo lavoro?
“Devo dire la verità, questo lavoro me lo sono trovato addosso quasi per caso. Come ti dicevo, arrivo da una famiglia di tennisti e studiavo Legge, quando mio padre, per questioni professionali, si trovò a gestire il settore marketing dell’Inter, ai tempi del presidente Pellegrini. Da lì cominciai a collaborare, all’inizio dietro le quinte, ad esempio in occasione dei primi adesivi anti-violenza negli stadi, poi a fare qualche intervista, spesso per archivio interno della squadra; quindi, da cosa è nata cosa e mi sono trovato a diventare giornalista sportivo, anche se il mio sogno da sempre è occuparmi di news e cronaca, cosa che in Italia è davvero difficile, visto anche quanto invece tira lo sport, e soprattutto il calcio. Oltretutto, considerati i tempi e le difficoltà che editoria e giornalismo stanno attraversando, mi rendo conto che percorsi come il mio sarebbero oggi quasi impossibili, e di sicuro non consiglierei mai a nessun giovane di intraprendere questa carriera, che sembra sempre più avviarsi a diventare una fabbrica di disoccupazione”.

Nonostante questi oscuri orizzonti, quali sono i tuoi modelli giornalistici di riferimento?
“Onestamente, pur essendo da anni giornalista professionista, non sono così orgoglioso di appartenere alla categoria. Diciamo che non riesco a intravedere un nuovo Hemingway all’orizzonte, e io stesso ho come modelli dei giornalisti scomparsi: su tutti Beppe Viola, perché da sempre sono convinto che il calcio non sia una guerra di religione, e il suo modo di raccontarlo era perfetto, e Indro Montanelli. Poi naturalmente Gianni Brera, con cui ho avuto anche l’onore di lavorare, quando ero agli inizi della carriera, e lui conduceva su Telelombardia una trasmissione che si chiamava “L’accademia di Brera”. Tra i giornalisti di oggi, non mi dispiace Mario Sconcerti”.

Ci racconti un aneddoto divertente della tua carriera giornalistica, e la soddisfazione maggiore che ti sei tolto?
“Partiamo da una figuraccia. Avevo seguito Reggina-Inter, nel 2001, a Reggio Calabria, intervistando il sindaco della città, Italo Falcomatà. In occasione del ritorno, a Milano, stavo aspettando di intervistarlo, perché aveva assistito alla partita, e l’avevo annunciato allo studio. Solo che ignoravo che il sindaco che avrei avuto al microfono non sarebbe stato lui, ma il suo successore, Giuseppe Scopelliti, perché nel frattempo purtroppo Falcomatà era scomparso, e quindi in diretta ho dovuto rimediare alla gaffe inventandomi qualcosa sul momento. Poi potrei dirti dei miei rapporti con i vari mister nerazzurri: pessimo con Ottavio Bianchi, ottimo con Lippi, e diretto con Mancini, mister sottovalutato, visto che è con lui che l’Inter è ritornata grande: una volta con lui questionai in conferenza stampa perché preferiva Julio Cesar a Toldo. Ovviamente aveva ragione lui, e tempo dopo feci con lui pubblicamente il mea culpa in un’altra conferenza stampa. Per quanto riguarda le soddisfazioni professionali, due su tutte: nel 2002, in occasione del ritorno del preliminare di Champions tra l’Inter e lo Sporting Lisbona, sia Rai che Mediaset, per un equivoco, non si aggiudicarono i diritti per la partita, così Telelombardia si associò con altre emittenti regionali, comprammo il match e io feci la telecronaca, tra l’altro inventandoci un nuovo ruolo per il commentatore tecnico, nell’occasione Evaristo Beccalossi, non più affiancato al cronista, ma sul campo, posizionato tra le due panchine a svelarci in diretta le mosse dei mister. Oltre a registrare grandi ascolti, persino Aldo Grasso, il giorno dopo, ci fece i complimenti, peccato che quel modello non fu più replicato. E poi una diretta news per “Buongiorno Lombardia” in cui riuscimmo a seguire in diretta, perché eravamo già in giro con la troupe per altri servizi, lo sgombero di uno stabile occupato a Milano”.

Sul tuo sito ci sono molte foto di viaggi: è la tua altra passione?
“Oserei dire che lo è anche di più del calcio: appena posso viaggio, amo gli Stati Uniti ma sono stato nei posti più disparati, e ho deciso di mettere tutto sul mio sito per non perdermi i ricordi dei miei viaggi. Viaggiare è la mia passione, insieme allo sport, ma quello praticato, non quello vissuto in poltrona: nonostante sia un fumatore, ho corso le mezze maratone di Milano e Monza, spero nel 2013 di partecipare a quella di New York, e riuscirò a dare l’esame per diventare cintura nera di karate, sempre ammesso che riesca a vincere la mia proverbiale pigrizia, un’altra delle mie più grandi caratteristiche!”.

1 Commento su Gian Luca Rossi, cuore interista

  1. ironico, pacato, interista. Io in quei 10 iscritti a quel fantomatico gruppo di interisti ottimisti, forse anche solo per natura, avrei aderito. Ho giocato a calcio da giovane, praticato tanti sport per puro divertimento. Ora faccio “moto” solo col casco. Ma è una gran passione.

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