Argentina, tifosi e ultrà

di Andrea Ciprandi da http://andreaciprandi.wordpress.com/

Ho deciso di proporre la traduzione di un articolo a firma Roberto Perfumo. L’autore è oggi un lucido e rispettato commentatore sportivo ma la sua vita, come in molti sanno, è legata innanzitutto al calcio giocato. Uno dei più forti e completi difensori centrali argentini e al mondo di sempre, il Mariscal cioè Maresciallo, com’era soprannominato, in passato è stato allenatore ma prima ancora giocatore di Racing, Cruzeiro e infine River Plate, club a cui tornò 13 stagioni dopo esserne uscito dal vivaio. Con queste squadre conquistò fra il ‘61 e il ‘78 un totale di 4 titoli argentini, 4 (statali) brasiliani, una Copa Libertadores e una Intercontinentale. Con la Nazionale invece non vinse nulla ma disputò ugualmente 37 partite, numero ragguardevole per quei tempi, e 2 Mondiali.
Di seguito trovate il suo pensiero circa lo spazio che gli ultrà sono riusciti ad assicurarsi nell’ambito del calcio argentino. Lo scenario appare solo più grave di quello italiano, ma tutti sappiamo che anche da noi continuano a essere numerosi i gruppi di pseudotifosi collusi coi club. Potranno non ricorrere alla forza, potranno non aggredire i giocatori come nel caso di Jonathan Bottinelli al San Lorenzo, potranno non tenere in pugno una società come si evince dallo status di socio confermato a Di Zeo e Martìn dal Boca e dalle modalità del licenziamento di Mohamed da parte dell’Independiente, potranno non rappresentare il braccio armato di una dirigenza come in occasione delle minacce fatte all’arbitro dello spareggio fra River e Belgrano o non minare la sicurezza del club suppostamente del cuore come testimoniato dalla devastazione della sede del Newell’s. Non si offenda chi non è stato ricordato…
Resta il fatto che anche da noi esiste un business inaccettabile dietro tutto ciò che gira intorno a una partita: dalla distribuzione e rivendita dei biglietti all’organizzazione delle trasferte, passando per la mappatura ovvero occupazione dei diversi settori dello stadio. E non si capisce se sia nato prima l’uovo o la gallina, cioè se tutto dipenda dalle pressioni di alcuni gruppi organizzati di ultrà che cercano sempre nuove fonti di guadagno o dalla necessità che hanno certe dirigenze di far gestire ad altri determinati affari sporchi e chiaramente remunerativi – oltre che sostanzialmente tollerati dallo Stato, che li segue da tempo e li conosce alla perfezione. Sia quel che sia, come osserva Perfumo avendo tutto il mio appoggio, per quel che vale, a perdere è il vero tifoso. Tifoso che se da noi non è preso a pugni è comunque preso per i fondelli. Quella che segue è un’analisi amara dell’attualità, e lo è ancor più perché oggi parlare di calcio significa fare i conti innanzitutto col lucro e i suoi annessi e connessi.

Ti seguo ovunque, anche per prenderti a pugni…
Ognuno crea i propri mostri. Oggi osserviamo imbarazzati il risultato di quel che siamo stati capaci di concepire. I capi delle tifoserie sono diventati personaggi inqualificabili che non conoscono limiti, sono i re dei club. Li chiamiamo ultrà. Neghiamo di conoscerli ma in alcune società comandano più dei dirigenti. Nessuno sa – o forse invece sì – che tifano perché se la squadra vince vincono anche loro (questo è stato l’appello in occasione di una pressante richiesta ai giocatori del Rojo – l’Independiente, NdT), vanno in trasferta all’estero e arrivano a incoraggiare i ragazzi più promettenti nella speranza di guadagnare qualcosa dalle percentuali sulle loro cessioni. ‘Sostengono’ un giocatore o sfruttano uno schiavo per poterci lucrare? La differenza fra i veri tifosi, i vecchi capitifoseria, e questi, è abissale.
Negli anni Cinquanta e Sessanta al Racing c’erano un paio di capi. Uno era chiamato Ciruja. L’altro era detto Zazà e non guardava la partita: si limitava a passeggiare nei pressi del campo, nella tribuna bassa (ai tempi si poteva), e la gente gli dedicava cori. Poi, quando giocavo io, i capi erano passati a essere Tìtolo e Chacarita; quest’ultimo era enorme, con la carnagione olivastra, e metteva davvero paura. Ma erano tipi a posto, genuini. E coi giocatori avevano ottimi rapporti. Chiedevano un po’ di soldi per noleggiare i pullman o comprare uno striscione. Però senza mai mettere pressione. Non si vendicavano dei giocatori che non contribuivano. Quando i tifosi ci insultavano all’uscita dagli spogliatoi (niente più che questo) era perché avevamo giocato davvero male.
Altri tempi, altro mondo. Al Viejo Gasometro (il vacchio stadio del San Lorenzo, poi sostituito dal Nuevo Gasometro, NdT) su Avenida La Plata tifosi di casa e ospiti entravano insieme. Sono andato a giocare il ‘clasico’ camminando dallo stadio del Racing a quello dell’Independiente. Al massimo mi avrebbero preso in giro o insultato da lontano. Nel ’63, nello stadio del River, accadde qualcosa di storico per quanto fu inaspettato. Il capo della tifoseria del Millo, un tale di nome Sandrini, invase il campo con l’intenzione di aggredire l’arbitro. Gli andò male però: non ho mai conosciuto arbitro più duro di Nai Foino: si mise in guardia pronto a prenderlo a pugni… Oggi a comandare sono i soldi e nel calcio ce ne sono tanti. L’appassionato che piangeva per una sconfitta si è trasformato in un mercenario che più che tifare impaurisce. E’ giusto comunque distinguere fra questo e il vero tifoso, che merita rispetto.
In quanto ai giocatori (che sono soliti contribuire dando soldi), sono indifesi e il caso Bottinelli ne è la dimostrazione. Hanno a che fare con gente davvero dura, a volta armata. Così finiscono per litigare fra loro.
E si metterà tutto a tacere un’altra volta. Attenzione però: quel che stiamo accettando è gravissimo. E darà linfa a nuovi ultrà a meno che, come in Inghilterra, non si prenda la decisione politica di porre fine a questa piaga.
(dal sito di Olé, pubblicato il 27 ottobre 2011 nel blog ‘El Mariscal Roberto’)

 

 

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